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Fiorentini per convivenza, casentinesi per passione

Aggiornato il: set 11

Il Casentino e la sua storia. Il Museo dell’Arte della Lana.


E: Dopo tre anni di vacanze e week end in Casentino ormai mi sento un po’ casentinese anche io. Dalla prima volta che Marco mi ha portata a Stia, il paesino in cui sono nati i suoi genitori, mi sono sempre sentita un po’ a casa: le persone che giorno dopo giorno prendono confidenza con te, l’andare a far la spesa alle botteghe, il sapore del tempo che non scorre frenetico come in città ma ti lascia il tempo per pensare…


M: E infatti pensa e ripensa ti sei incuriosita su tutto e hai detto: ma perché non lo raccontiamo questo Casentino?


E: Sì, ma non è semplice raccontare un territorio senza fare i conti con le top ten dei luoghi da visitare.


M: È vero. I luoghi vanno assaporati, spesso dobbiamo tornarci più volte per non fare la scorpacciata di cose da vedere in un giorno e da mangiare in un giorno perché qui in Casentino un giorno non basta per assaporare tutte le specialità!


E: Zitto che mi fai venire voglia di tortelli! Anzi, mi fai ricordare che devo imparare a farli! E non pensare di cavartela scegliendo solo le foto che già vedo la cartella aperta sul tuo pc…

M: No, no, apro anche il mio file visto che iniziamo questo nostro racconto del Casentino con un luogo che tocca anche la mia famiglia da vicino: il Lanificio di Stia, oggi sede del Museo dell’Arte della Lana.

Tante volte quando ero piccolo mia nonna mi raccontava del suono della campana e del fischio della sirena che scandiva le ore della giornata non solo per i lavoratori, ma per tutto il borgo.


E: Tua mamma e i tuoi zii sono sempre orgogliosi di raccontarci…


M: Sì, e visitare il museo, oggi, con tutti i ricordi dei miei nonni, mi fa capire quanto davvero questo luogo sia stato un fiore all’occhiello di Stia per tanti anni e quanto importanti siano stati i lavori di ristrutturazione dopo decenni di abbandono.


E: Il progetto con cui è nato il museo valorizza gli aspetti storici della lavorazione della lana casentinese ma anche gli aspetti sociali, di aggregazione e vita stiana.


Il ritrovamento durante alcuni scavi archeologici di pesi per telaio di epoca romana, ha fatto ipotizzare che la tessitura venisse praticata già in tempi molto antichi.


Il panno casentinese infatti era conosciuto a Firenze già nel Trecento, così come il territorio casentinese: risale infatti al 1349 il primo documento che attesta la presenza dell’attività laniera in Casentino; facendo un piccolo passettino indietro, vediamo che Dante nella Divina Commedia parla della ricchezza dei corsi d’acqua che confluiscono nel “fiumicel che nasce in Falterona” (Purgatorio, XIV, 17).


M: Sta parlando dell’Arno, che nasce appunto sul monte Falterona e di cui vi avevamo già parlato nel nostro articolo sul Giardino della Villa medicea di Castello per il progetto che l’Ammannati aveva pensato per la statua dell’Appennino.


E: Mi vengono gli occhi a cuoricino quando fai queste citazioni!


M: Almeno ti distrai e proseguo io: l’acqua proveniente dai ruscelletti scaldava, grazie alla legna ricavata dalle foreste casentinesi, grandi vasche in cui venivano immersi i tessuti per la colorazione.


E: Eh però devo aggiungere un’altra cosa: non dimentichiamoci che a Firenze l’Arte della Lana era molto forte e aveva imposto regole estremamente rigide per impedire la produzione di panni di lana di qualità. Nel Cinquecento venne consentito un miglioramento della qualità del panno ma con l’imposizione di una marchio di riconoscimento per non scambiare i panni fiorentini con quelli del Casentino.


Ma torniamo al museo. Nel museo possiamo vedere come la lavorazione del panno casentinese rimase almeno fino alla fine del Settecento a livello familiare, con un basso costo di manodopera. La maggior parte del processo di lavorazione veniva svolto sotto i portici di Piazza Tanucci, all’epoca chiamata Borgo Mastro. Con l’ingresso della produzione industriale nell’Ottocento, Stia venne conosciuta a livello nazionale. Dopo una crisi molto forte e repentina negli anni Ottanta, il lanificio chiuse la sua attività, ma è rinato nel 2010 come museo.


M: Il museo è articolato in varie sezioni tematiche per permettere un’esperienza non solo conoscitiva al visitatore, ma anche sensoriale, pensata anche per persone ipovedenti: si possono toccare infatti i materiali dalla lana, al bozzolo del baco da seta (toccare ma non schiacciare in questo caso!), i fiori del cotone, il cotone allo stato grezzo, il lino, la canapa.


E: Una delle sezioni più affascinanti è quella dedicata alle varie fasi di lavorazione della lana.


M: Questa parte la racconto io, i miei nonni e la mia bisnonna Beppa me l’hanno descritta un sacco di volte. La lana infatti, a partire dalla tosatura della pecora, iniziava un percorso che la portava di mano in mano al prodotto finito. La lana ricavata dalla tosatura veniva arrotolata in balle che, caricate a dorso dei muli, arrivavano alle botteghe dei lanaioli.


Qui iniziavano i lavaggi nei corsi d’acqua, l’asciugatura, la sgrassatura a base di orina e la battitura. Poi la lana veniva cardata (liberata dai corpi estranei e districata per rendere le fibre parallele) e divisa in mazzi chiamati stami che a loro volta venivano consegnati alle filatrici, che di solito vivevano in campagna. Il filato veniva poi portato ai tessitori che invece risiedevano nei borghi.


Il tessuto alla fine tornava alla bottega del lanaiolo per la sodatura e la follatura e infine ai tintori, anche se la tinteggiatura poteva avvenire però anche direttamente sul filato.


E: Accanto agli strumenti, disposti in apposite sezioni con pannelli esplicativi, possiamo vedere bellissime quanto eloquenti foto di donne in bianco e nero ritratte nei vari processi di lavorazione.

Mentre mi soffermavo a guardarle, i volti segnati dalle rughe, la pezza in testa, il grembiule, le mani piene di calli, il fuso in mano, la schiena curva, non potevo fare a meno di notare la serenità e la soddisfazione di quegli occhi che erano stati fotografati.


M: Dalla quiete del ricordo della lavorazione in casa, si passa alla sala delle macchine, da quelle in legno e ferro, a quelle in metallo. È qui possibile scoprire l’ammodernamento introdotto nella lavorazione della macchina e alla conseguente meccanizzazione dell’intero processo produttivo grazie alla direzione di Adamo Ricci tra il 1862 e il 1888, ma anche i rumori. Alle pareti sono presenti bottoni che riproducono le registrazioni dei rumori delle macchine.


E: Ho cercato di schiacciarli tutti quasi contemporaneamente per avere un’idea, seppur minimizzata, del rumore delle macchine. Da brividi! E anche in questa sezione accanto alle macchine le foto che testimoniano quanto il lanificio fosse parte integrante della vita di uomini, di donne e addirittura di ragazzi.


M: Pensate però che grazie a questo ammodernamento in soli due anni la produzione del lanificio raddoppiò. Vedendo le foto di fronte alle macchine e sentendo i rumori delle macchine, non potevo non pensare ai cambiamenti che vennero introdotti in un piccolo paese, come cambiarono le abitudini, l’introduzione della catena di montaggio con turni che andavano dalle dieci alle dodici ore lavorative. Importante in questo contesto è la figura di Adamo Ricci, proprietario e direttore del lanificio dal 1861 al 188, il quale nel 1869 riorganizzò la Società di mutuo soccorso, già creata dagli stessi lavoratori nel 1938 per aiutare colleghi in difficoltà.



E: Dopo le macchine un percorso tattile in un corridoio in cui sono presenti vari tipi di stoffe appese alle pareti. Confesso che alcune le riconoscevo, altre no e che ho chiamato nonna Fiammetta, la nonna sarta, per farmi dare maggiori spiegazioni: dopo quattro o cinque tessuti avevo esaurito le mie conoscenze in materia! Ho tirato un sospiro di sollievo quando ho aperto l’ultima porta e davanti a me ho visto il cappottino arancione in panno del casentino indossato da Audrey Hepburn in "Colazione da Tiffany"!


M: Come vedrete presto i nostri racconti sul Casentino non finiscono qui

Ringraziamo con tanto affetto il Museo, e in particolare Benedetta Della Bordella, per averci accolto ed averci permesso di fare foto e video per raccontarvi una trama importante della storia di Stia.


Il museo si trova a Stia, in via Sartori 2


Vi invitiamo a consultare il sito per tutte le informazioni su orari di apertura e servizi: https://www.museodellalana.it/homepage

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